Quando tiri fuori il tuo disco in vinile, non stai semplicemente tenendo in mando della plastica. Noi vogliamo andare oltre e non fermarci alle apparenze, analizzare la complessa Chimica del Vinile. Ogni volta che sfili un disco dalla fodera, stai maneggiando un ecosistema chimico complesso, progettato per sopravvivere a condizioni fisiche estreme.
Nel nostro primo incontro abbiamo visto come la Columbia Records abbia cambiato per sempre il corso della musica, mandando in soffitta la fragile e rumorosa gommalacca a favore del microsolco. Ma per permettere quel salto tecnologico, non è bastato cambiare la velocità di rotazione o restringere i solchi; è stato necessario inventare una nuova materia.
La rivoluzione è stata il passaggio al PVC (Cloruro di Polivinile). Capire cosa ci sia realmente dentro quella miscela nera è fondamentale per ogni DJ, producer o audiofilo appassionato che voglia davvero padroneggiare il supporto analogico.
Chimica del Vinile: più che plastica,
una sfida alle leggi della fisica
Dobbiamo sfatare un mito: il vinile non è un materiale plastico generico. È una formula chimica raffinata che deve rispondere a una sfida meccanica brutale.
Quando appoggi la puntina sul disco, quei miseri 2 o 3 grammi di tracking force (forza di tracciamento) si concentrano su una superficie di contatto infinitesimale: la punta del diamante. Se proiettiamo quel peso su una scala più ampia, la pressione esercitata sulle pareti del solco è nell’ordine delle tonnellate per pollice quadrato.
Nessuna plastica comune resisterebbe a tale stress senza sciogliersi o sbriciolarsi all’istante sotto l’effetto del calore generato dall’attrito. In questo capitolo, ti porto nel laboratorio dietro le quinte della stampa, per scoprire come additivi, lubrificanti e il misterioso Carbon Black permettano alla musica di fluire senza distruggere il supporto.
In questo articolo
Le basi della Chimica del Vinile:
il PVC e i suoi additivi
Se potessi vedere il vinile prima che diventi un disco, rimarresti sorpreso: si presenta sotto forma di pellet (piccoli granuli) o polvere bianca. Quello che noi chiamiamo comunemente vinile è in realtà Cloruro di Polivinile (PVC), un polimero termoplastico che, da solo, non sarebbe assolutamente in grado di riprodurre musica in modo fedele. Per trasformare questa resina grezza in un supporto audiophile, l’industria aggiunge una serie di ingredienti segreti che ne modificano le proprietà fisiche.
Gli Stabilizzanti: Proteggere il suono dal calore
Durante il processo di stampa, il PVC viene riscaldato fino a circa 150°C – 160°C. A queste temperature, il polimero tende naturalmente a degradarsi, rilasciando acido cloridrico (HCl), che distruggerebbe non solo la qualità del suono (creando bolle e impurità), ma anche le costose matrici metalliche del tornio. Qui intervengono gli stabilizzanti termici (spesso sali metallici). Il loro compito è catturare l’acido prima che faccia danni, garantendo che la struttura molecolare del disco rimanga intatta e che il rumore di fondo resti ai minimi livelli.
I Lubrificanti: Il segreto della fluidità
All’interno della miscela troviamo due tipi di lubrificanti:
- Interni: Servono a far scorrere meglio le catene molecolari del PVC durante la fusione, assicurando che la “pallina” di vinile (chiamata biscuit) si stenda perfettamente tra le matrici.
- Esterni: Questi sono vitali per noi ascoltatori. Riducono l’attrito tra la puntina e le pareti del solco. Senza di essi, il calore generato dal passaggio del diamante (che, come ti dicevo, può raggiungere picchi altissimi per frazioni di secondo) salderebbe letteralmente la puntina alla plastica.
Fader Space Insight: Come riportato negli studi tecnici della Audio Engineering Society (AES), la purezza della resina di PVC è il parametro numero uno per determinare il cosiddetto Floor Noise (rumore di fondo). Anche la minima impurità nella miscela chimica si traduce in quel fastidioso “pop” o “crackle” che sentiamo tra una traccia e l’altra. Quando acquisti una stampa Virgin Vinyl, stai pagando per una miscela che non ha mai visto residui di riciclo, garantendo la massima purezza molecolare.

La “Ricetta”: Perché ogni stamperia ha un suono diverso?
Ti sarai accorto che un disco stampato da GZ Media in Repubblica Ceca spesso suona in modo diverso da uno della tedesca Optimal Media o della giapponese Pallas. Non è solo merito delle macchine, ma della “ricetta” del loro compound. La proporzione tra stabilizzanti, lubrificanti e plastificanti definisce la durezza del disco. Un vinile più duro mantiene meglio i dettagli delle alte frequenze nel tempo, ma può risultare più fragile; uno più morbido è più silenzioso appena uscito dalla fabbrica, ma tende a usurarsi più velocemente.
Il Mistero del Carbon Black: Perché il vinile è (quasi) sempre nero?
Come abbiamo visto nella sezione precedente, il PVC grezzo è trasparente o biancastro. Per trasformarlo nel disco che tutti conosciamo, viene aggiunto il Carbon Black (nero di carbonio), un pigmento derivato dalla combustione incompleta di idrocarburi. Ma la sua funzione non è colorare. Il Carbon Black conferisce salute a disco e testina, per tre motivi fondamentali:
1. La gestione dell’elettricità statica
Il PVC è un isolante perfetto. Questo significa che, per effetto della triboelettricità (l’elettricità generata dallo sfregamento), il disco tende ad accumulare cariche elettrostatiche enormi ogni volta che lo estrai dalla fodera o lo pulisci con una spazzola. Senza il Carbon Black, che è un materiale conduttivo, queste cariche non avrebbero modo di dissiparsi. Il risultato? Il disco diventerebbe un magnete per la polvere atmosferica e, durante l’ascolto, subiresti scariche continue che si traducono nei fastidiosi “clic” e “pop” elettrici. Il nero di carbonio rende il compound leggermente conduttivo, aiutando a scaricare la statica a terra attraverso il perno del giradischi.
2. Dissipazione Termica: Gestire il calore nel solco
Un dato sconcertante: nel punto di contatto tra la puntina e il solco, a causa dell’attrito, si raggiungono temperature che possono toccare i 200°C – 250°C per frazioni di millisecondo. Il Carbon Black agisce come un dissipatore di calore. Aiuta a distribuire questa energia termica lungo la struttura del disco, evitando che le pareti del microsolco si deformino o, nel peggiore dei casi, subiscano una micro-fusione che distruggerebbe per sempre la fedeltà delle alte frequenze.
3. Lubrificante solido per la puntina
Oltre alle cere chimiche di cui abbiamo parlato, il carbonio stesso funge da lubrificante solido. Riduce il coefficiente d’attrito tra il diamante e il PVC, permettendo alla puntina di scivolare con meno resistenza. Questo significa due cose: meno usura per il tuo costoso stilo e meno rumore meccanico durante la lettura (il cosiddetto surface noise).

Fader Space Insight: La quantità di Carbon Black inserita nel compound è frutto di un equilibrio millimetrico. Se ne metti troppo, il disco diventa eccessivamente rigido e fragile; se ne metti troppo poco, perdi le proprietà antistatiche. È per questo che le prime stampe di un lotto sono spesso le più silenziose: la miscela è fresca e i componenti sono perfettamente distribuiti. Quando senti un disco che “frigge” nonostante sia nuovo, spesso la colpa è di una miscela chimica non omogenea o povera di carbonio di alta qualità.
Vinili Colorati vs Vinili Neri: la verità?
Oggi il mercato è inondato di edizioni limitate: splatter, marbled, neon e trasparenti. Ma se il Carbon Black è così fondamentale per la salute del disco (come abbiamo visto nella sezione precedente), cosa accade quando lo sostituiamo con pigmenti colorati o lo eliminiamo del tutto?
Il prezzo della bellezza:
Statica e Floor Noise
Quando un produttore decide di stampare un disco rosso, blu o giallo, deve sostituire il Carbon Black con coloranti a base di resine o pigmenti sintetici. Il problema è che questi coloranti sono quasi sempre isolanti elettrici.
Senza la capacità conduttiva del carbonio, il vinile colorato accumula cariche elettrostatiche con una facilità disarmante. Questo si traduce in un Floor Noise (rumore di fondo) udibilmente più alto. Se ascolti un brano ambient o un passaggio orchestrale pianissimo su un vinile colorato di bassa qualità, noterai un “fruscio di superficie” costante che su una stampa nera standard sarebbe stato assorbito dalle proprietà lubrificanti e antistatiche del carbonio.
Vinile Trasparente:
Purezza senza protezione
Esiste una leggenda metropolitana secondo cui il vinile trasparente (Clear Vinyl) sia il migliore perché è “PVC puro”. Tecnicamente, è vero: il vinile trasparente non ha additivi cromatici, quindi è la materia più vicina al pellet vergine che abbiamo visto prima.
Tuttavia, la mancanza di Carbon Black lo espone a due rischi:
- Surriscaldamento locale: Non dissipa il calore della puntina con la stessa efficienza del nero.
- Difficoltà di lettura ottica: Per un DJ, posizionare la puntina su un solco trasparente sotto le luci di un club è un incubo.
L’Incubo dei Picture Disc: Un sandwich di plastica
Se i vinili colorati sono un compromesso, i Picture Disc sono, tecnicamente parlando, un fallimento audio. Per realizzarli non si usa una massa omogenea di vinile colorato, ma una struttura “a sandwich”:
- Uno strato centrale di vinile (spesso di scarto/riciclato).
- Due fogli di carta stampata con l’artwork.
- Due sottilissimi fogli di polietilene trasparente su cui vengono incisi i solchi.
Il problema? Il polietilene è molto più morbido e meno resistente del PVC. I solchi sono meno profondi e la plastica si deforma molto più velocemente. È per questo che i Picture Disc hanno quel caratteristico “soffio” di fondo e una durata nel tempo drasticamente inferiore. Sono oggetti da incorniciare, non da suonare in un impianto Hi-End.
Fader Space Insight: Esiste un’eccezione alla regola: i vinili bianchi. Per ottenere il bianco candido, viene utilizzato il Biossido di Titanio. Questo minerale è estremamente duro e può risultare abrasivo per la puntina, aumentando l’usura dello stilo nel lungo periodo. Se sei un DJ che fa molto scratching o backspin, prediligi sempre il classico nero: la tua puntina (e le tue orecchie) ti ringrazieranno per la lubrificazione naturale del carbonio.
Ed eccoci qui verso la fine di questo articolo, parte integrante di un progetto ben più grande. Spesso, leggendo le etichette degli LP più costosi, troviamo la dicitura “180g Virgin Vinyl”. Il peso è un argomento che tratteremo più avanti, il termine “Vergine” è bene affrontarlo subito, una dichiarazione di qualità in contrapposizione con la pratica del Regrind (il riciclo), da qui anche il termine Regrind Vinyl.
Vinile Vergine vs Vinile Riciclato (Regrind Vinyl)
In un’epoca giustamente orientata alla sostenibilità, il riciclo è una parola d’ordine. Tuttavia, nel mondo dell’audio ad alta fedeltà, il riciclo del PVC nasconde insidie tecniche che possono rovinare l’esperienza d’ascolto.
Cos’è il Vinile Vergine?
Il vinile definito “Virgin” è composto da granuli di PVC che escono direttamente dalla fabbrica chimica e vengono fusi per la prima volta per diventare un disco. Non contiene residui di precedenti stampe, garantendo una purezza molecolare assoluta. Questo si traduce in una superficie del solco perfettamente liscia, priva di granulosità microscopiche che causerebbero rumore di fondo.
Il lato oscuro del “Regrind Vinyl“
Durante il processo di stampa, per ogni disco prodotto, rimangono dei bordi in eccesso (chiamati “flash”). Nelle produzioni standard, questi scarti vengono triturati e rifusi insieme a nuovi granuli. Questo materiale è il Regrind. Il problema non è il PVC in sé, ma le impurità:
- Residui di carta: Se durante il processo di triturazione finiscono minuscoli frammenti delle etichette centrali, questi rimarranno intrappolati nel nuovo disco.
- Degradazione Termica: Ogni volta che il PVC viene fuso e raffreddato, la sua struttura chimica perde un po’ di stabilità e i lubrificanti interni evaporano.
- Inquinamento da polvere: Il materiale di scarto accumula facilmente polvere ambientale prima di essere riciclato, che diventa parte integrante del nuovo solco.
Il risultato del Regrind eccessivo è un disco che, pur sembrando nuovo, presenta “scrocchi” (pops) e “fruscii” (hiss) casuali che nessuna macchina lavadischi potrà mai eliminare, perché sono dentro la plastica, non sopra.
Pezzo pezzo, partendo dai granuli bianchi di PVC fino ad arrivare al nero profondo del carbonio, abbiamo smontato il nostro disco. Ora sai che il vinile non è solo un supporto, ma un ecosistema chimico attivo che reagisce al calore, alla statica e alla pressione.
Capire la chimica del solco è quindi fondamentale. Un modo per iniziare a conoscere meglio la materia che tratti ogni giorno, che sia per lavoro, per passione. Saper scegliere quale dischi meritano di finire in collezione e magari anche suonarli, e quali invece posso tranquillamente essere parte integrante dell’arredamento, poiché semplice e plastica colorata.


















