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Tale Of Us: L’Odissea Melodica da Milano all’Olimpo di Afterlife

by Fabio Nardozzi
Grafica copertina Fader Space con giradischi Hi-Fi e ritratto dei Tale Of Us (Carmine Conte e Matteo Milleri) al centro del vinile, con illuminazione neon viola e verde e logo Afterlife.

Se chiudete gli occhi e pensate alla Melodic Techno oggi, visualizzate probabilmente un androide gigantesco che sfonda uno schermo LED o un uomo stilizzato appeso a testa in giù nel vuoto cosmico.

Ma prima dei visual 3D, prima di Ibiza e prima che il marchio Afterlife diventasse un culto globale, c’erano solo due ragazzi a Milano. Due outsider che cercavano di portare romanticismo ed emozione in un mondo dominato dalla cassa dritta e fredda. Questa è la storia di come Carmine Conte e Matteo Milleri hanno riscritto le regole del clubbing, trasformando la malinconia in un impero.

Le Origini: Il “Piano” di Milano e l’Incontro al SAE

Siamo nel 2008-2009. Per capire meglio la rivoluzione dei Tale Of Us, bisogna guardare a chi sedeva sul trono in quegli anni.

Il mondo del clubbing era dominato dalla Minimal Techno cerebrale di Richie Hawtin e della sua etichetta M-nus. A Berlino e Ibiza regnavano i loop infiniti e scarni di Ricardo Villalobos o le percussioni latineggianti di Luciano. La tecnica era tutto, l’emozione era secondaria.

Certo, i maestri della melodia c’erano già. Stephan Bodzin aveva pubblicato il suo capolavoro Liebe Ist… nel 2007, dimostrando che i sintetizzatori potevano “cantare”. Ma Bodzin era un lupo solitario, un virtuoso dell’analogico che spingeva su ritmi incalzanti.

Carmine e Matteo arrivano dopo, in quella terra di mezzo, con un’idea diversa: rallentare tutto. Volevano prendere l’eredità melodica di Bodzin ma sporcarla con atmosfere House, rallentare i BPM a 118-120 e iniettare una dose massiccia di malinconia “dark”.

Carmine e Matteo: Figli del Mondo

Il loro legame con l’Italia è forte, ma il loro passaporto è diversificato.

  • Carmine Conte (nato a Toronto): È l’anima classica del duo. Cresciuto con una formazione musicale tradizionale, ha studiato pianoforte fin da bambino. È lui che porta spesso quel senso di narrazione melodica, di “canzone” in senso più tradizionale del termine all’interno della traccia techno. Quasi un compositore prestato alla console.
  • Matteo Milleri (nato a New York): Figlio del cosmopolitismo, cresciuto con un orecchio attento alle sottoculture giovanili e all’estetica dark. Il suo approccio è più architettonico e concettuale. Se Carmine è il cuore pulsante, Matteo è spesso lo scheletro ritmico e la visione estetica che tiene in piedi la struttura.

L’Alchimia del SAE Institute

Siamo nel 2008. Milano è una città vibrante ma musicalmente polarizzata: da una parte la moda patinata, dall’altra una scena clubbing che iniziava a guardare al minimalismo in modo quasi ossessivo.

Carmine e Matteo si incontrano nei corridoi del SAE Institute di Milano, la scuola per tecnici del suono. Un colpo di fulmine intellettuale, più che musicale. Entrambi si sentivano fuori posto. Mentre i compagni di corso cercavano di emulare il sound “banger” del momento o la minimal scarna alla Magda/Richie Hawtin, loro due condividevano un’idea diversa: la musica elettronica poteva essere drammatica? Oppure cinematografica. O semplicemente, emozionare?

La leggenda narra di lunghe sessioni in piccoli appartamenti milanesi, sperimentando con le prime DAW, cercando di fondere house, nu-disco e influenze pop rock. Ma forse Milano di quegli anni stava stretta. Capirono presto che per far esplodere quel tipo di suono, non ancora “Melodic Techno”, ma qualcosa di più ibrido, dovevano andare dove la techno non era un passatempo, ma una religione.

Nel 2009/2010, presero la decisione che cambiò tutto: trasferirsi a Berlino.

Berlino e il “Dark Garage”: L’era di Visionquest e Life and Death

Arrivare a Berlino nel 2010 significava entrare nella fossa dei leoni. La città era grigia, economica e tremendamente competitiva. Mentre il Berghain dettava legge con la Techno industriale e veloce, Carmine e Matteo si chiusero in studio portando con sé un bagaglio inaspettato: il calore delle melodie e un senso del ritmo che doveva più all’House music che alla Techno tedesca.

Non cercarono di imitare i tedeschi. Al contrario, rallentarono.

La Benedizione di Seth Troxler e l’Epoca Visionquest

Vinile Tale Of Us Dark Song EP Visionquest 2011

Il primo vero riconoscimento non arrivò dalla vecchia guardia techno, ma dai “cool kids” americani che stavano dominando Ibiza e i festival alternativi: la crew Visionquest (Seth Troxler, Lee Curtiss, Ryan Crosson, Shaun Reeves).

Seth Troxler, in quel momento all’apice della sua fama, vide nei due italiani qualcosa di unico: la capacità di scrivere tracce che avevano la struttura di una canzone pop, ma vestite con abiti scuri, underground. È il 2011 quando esce l’EP Dark Song. Se ascoltate quella traccia oggi, potreste non riconoscere i Tale Of Us attuali.

  • Il Sound: Siamo intorno ai 116-118 BPM. Non c’è la cassa epica di oggi. C’è un groove spezzato, influenze Garage UK, linee di basso calde e vocali campionati e sussurrati.
  • L’impatto: Dark Song divenne l’inno di chi cercava emozione sulla pista da ballo. Non era musica per alzare le mani al cielo, era musica per chiudere gli occhi e ballare da soli. Questo periodo “Dark Garage” è fondamentale: ha insegnato loro a gestire il groove e la dinamica, elementi che manterranno anche quando i BPM saliranno.

Life and Death: Il Ponte verso l’Eternità

Se Visionquest diede loro la credibilità “cool”, fu l’incontro con un altro italiano visionario a cambiare la loro traiettoria verso l’epicità: DJ Tennis (Manfredi Romano) e la sua etichetta Life and Death.

Ma chi è DJ Tennis? Immaginate una figura diametralmente opposta al tipico DJ Techno tedesco serio e vestito di nero. Manfredi Romano, fondatore dell’agenzia di booking DAZE, arrivava dal mondo del Punk e dell’Indie Rock, aveva fatto il tour manager per band alternative ed era un rinomato chef.

Quando nel 2010 fonda l’etichetta Life and Death, lo fa con uno scopo preciso: distruggere la noia della Minimal Techno imperante. Voleva portare nel clubbing l’estetica Post-Rock: chitarre, voci vere, melodie struggenti e imperfezioni umane. Per Carmine e Matteo, Manfredi fu più di un discografico: fu un mentore che li spinse a osare. L’etichetta divenne una casa per tanti (insieme a loro c’erano artisti come Mind Against, Thugfucker e Clockwork), un luogo dove non era vietato usare un pianoforte o un synth che suonasse “triste”. In pratica si sentivano a casa.

Sotto l’ala protettiva di Life and Death, tra il 2012 e il 2014, il sound dei Tale Of Us muta drasticamente. Il groove House lascia spazio a sintetizzatori più lunghi, atmosfere più rarefatte e una malinconia più cosmica. Qui, per la prima volta, sentiamo i semi di quello che diventerà Afterlife:

  1. L’Arpeggio Ipnotico: La melodia non è più solo un loop, ma un viaggio che sale e scende.
  2. La Spazialità: I riverberi si allungano. La cassa diventa più dritta, più techno, ma mai aggressiva.
  3. Il Remix di “Primativo”: In questo periodo rilasciano anche il remix di Primativo di Mano Le Tough, un capolavoro di tensione emotiva che li consacra come i “Re del Remix” melodico.

Con Life and Death, i Tale Of Us non erano più solo una promessa underground. Avevano creato un sottogenere. Avevano dimostrato che si poteva suonare Techno in un mainstage facendo piangere la gente. Ma la loro visione stava diventando troppo grande per essere contenuta nell’etichetta di qualcun altro. Carmine e Matteo sentivano il bisogno di costruire il proprio mondo, dalla A alla Z.

Stava per nascere Afterlife.

Afterlife: L’Odissea della Coscienza

Siamo nel 2016. I Tale Of Us sono ormai headliner rispettati, ma sentono che qualcosa limita la loro espressione. Life and Death è una famiglia meravigliosa, ma è la casa di qualcun altro.

Carmine e Matteo hanno in mente qualcosa di più grande. Non vogliono più solo suonare dischi alle feste degli altri; vogliono creare un mondo dove le regole del tempo e dello spazio sono sospese. Lasciano l’etichetta che li ha lanciati (una mossa rischiosa che fece molto scalpore all’epoca) e lanciano il loro monolite nero: Afterlife.

Genesi di un Brand: Il “Falling Man”

La prima cosa che colpisce di Afterlife non è la musica, è l’immagine. Il logo: un uomo stilizzato appeso a testa in giù nel vuoto. Cosa significa? È la metafora perfetta della loro filosofia: un rovesciamento della prospettiva. In un mondo clubbing che spingeva verso l’alto (mani in aria, euforia, drop esplosivi), Afterlife ti chiedeva di guardare verso il basso, dentro di te, nel subconscio. L’uomo che cade non sta morendo; si sta lasciando andare. È la rappresentazione visiva dell’abbandono all’ignoto.

Il motto del brand, “Realm of Consciousness” (Il Regno della Coscienza), non lasciava dubbi: questa non era solo una festa, era un rito collettivo.

La Conquista di Ibiza: Dallo Space all’Hï

Lanciare un concept così scuro e introspettivo a Ibiza, l’isola del sole e dell’House felice, sembrava un suicidio commerciale. Invece, fu un trionfo.

  1. L’addio allo Space (2016): La loro residenza di debutto coincise con l’ultima, storica stagione dello Space Ibiza. Mentre nella sala principale suonava Carl Cox, i Tale Of Us trasformarono la Sunset Terrace in un antro oscuro. Fu un successo immediato.
  2. Il Gigantismo al Privilege: L’anno successivo si spostarono al Privilege (il club più grande del mondo), dimostrando che la Melodic Techno poteva riempire spazi immensi, da stadio.
  3. La consacrazione all’Hï Ibiza: Oggi, il giovedì sera all’Hï Ibiza è la serata Afterlife. È qui che il concept si è evoluto definitivamente in spettacolo tecnologico.

Le Compilation “Realm of Consciousness”

Musicalmente, Afterlife diventa un’arca di Noè per i produttori melodici. Non si limitano a pubblicare i propri dischi (come la hit North Star o la monumentale Nova con Ame), ma lanciano le carriere di artisti che definiscono il “suono Afterlife”: Recondite, Mind Against, Adriatique, Vaal, Fideles e Mathame.

Le compilation annuali Realm of Consciousness diventano il bignami della Melodic Techno mondiale. Se un tempo il suono Tale Of Us era sporco e garage, ora diventa molto più epico e vasto. I kick diventano enormi, le pause (breakdown) durano minuti interi, creando un’attesa quasi insopportabile prima di esplodere. Hanno creato la formula perfetta per i grandi festival.

Produzione visiva dell'evento Afterlife all'Hï Ibiza con il logo iconico dell'uomo che cade sopra la console dei Tale Of Us.

Ma proprio quando sembravano aver raggiunto l’apice, Carmine e Matteo capirono che per sopravvivere non potevano restare fermi. Il rischio di diventare una parodia di se stessi era alto. Il mondo stava cambiando, la tecnologia stava evolvendo. Era tempo di dividersi per moltiplicarsi.

Analisi del Sound Design: L’Architettura del Suono Afterlife

Come si costruisce un suono che riempie uno stadio ma che sembra sussurrato all’orecchio? Il “segreto” dei Tale Of Us non risiede solo nella composizione, ma in un approccio ingegneristico alla gestione dello spazio. Se analizziamo spettralmente una loro traccia moderna, notiamo una pulizia chirurgica che mancava nei primi dischi su Visionquest. Questi sono secondo me gli elementi chiave del loro arsenale sonoro.

1. La Cattedrale di Riverberi: Lo “Space” prima di tutto

La firma sonora dei Tale Of Us è il riverbero. Ma non un riverbero qualsiasi: parliamo di code lunghissime, queste trasformano un semplice synth in un’esperienza molto più alta. Non dico religiosa, ma quasi.

  • La Tecnica: Non applicano il riverbero direttamente sul canale (Insert), ma usano quasi esclusivamente le mandate (Send/Return). Questo permette di mantenere il suono originale (Dry) presente e incisivo, mentre il segnale effettato (Wet) crea l’atmosfera attorno.
  • Il Plugin Segreto: Sebbene usino hardware costosi, è noto l’uso massiccio dei plugin Valhalla DSP (in particolare ValhallaShimmer e ValhallaVintageVerb). Questi algoritmi permettono di creare quelle “nuvole” sonore (dette Shimmer) che salgono di ottava, tipiche dei loro breakdown infiniti.
  • Il Trucco del Fonico: Notate come il loro riverbero non “impasta” mai il mix? Il segreto è l’EQ sul ritorno effetti. Tagliano drasticamente le basse frequenze (Low Cut fino a 300-400Hz) sul riverbero, lasciando lo spazio libero per cassa e basso.

2. Synth & Hardware: Analogico vs Digitale

Nonostante l’immagine futuristica, il cuore del loro sound ha radici vintage.

  • Roland SH-101: Il re delle linee di basso. Quella pulsazione ritmica, gommosa e ipnotica che sentite in sottofondo a molte tracce (specialmente nell’era 2013-2016) viene spesso da questa macchina o dalle sue emulazioni (come il LuSH-101 o il plugin Roland Cloud).
  • Dave Smith Prophet-6: Per i lead melodici, quei suoni “ottonati” e caldi che aprono i dischi, la polifonia del Prophet è fondamentale. È il synth che da il calore “umano” in mezzo alla freddezza digitale.
  • U-he Diva: Nel mondo software, il Diva è il VST che meglio replica l’imperfezione analogica. È molto probabile che gran parte delle texture dei dischi Afterlife più recenti nascano qui dentro, grazie alla sua capacità di emulare i filtri Moog e Roland.

3. L’Evoluzione della Cassa (Kick)
e Psicologia del Breakdown

C’è una differenza abissale tra il kick di Dark Song (2011) e quello di un disco di Anyma (2023).

  • Era Garage: Cassa morbida, lunga, quasi ovattata, con molto contenuto sulle medio-basse.
  • Era Afterlife: Cassa corta, “clicky”, scolpita chirurgicamente per colpire lo sterno sui grandi impianti line-array. Il kick deve essere breve per lasciare spazio al Rumble (il boato) del basso e dei riverberi.

Infine, l’arrangiamento. I Tale Of Us hanno estremizzato il concetto di Breakdown (la pausa centrale). Nei loro set, la pausa non serve a far riposare; serve a creare tensione. Rimuovono la cassa (il battito cardiaco), lasciano salire i riverberi e gli arpeggiatori fino al parossismo, e poi… il silenzio. Un secondo di vuoto totale prima che il beat riparta. È una tecnica cinematografica applicata alla dancefloor: togliere tutto per dare valore a ogni singolo elemento quando rientra.

La Scissione Creativa: Anyma e MRAK

Intorno al 2020, durante la pausa forzata della pandemia, accade qualcosa di inevitabile. Carmine e Matteo, che per un decennio avevano vissuto in simbiosi, sentono l’esigenza di esplorare i due lati opposti della loro medaglia sonora. I Tale Of Us non si sciolgono, ma si “biforcano”. Nascono due progetti solisti che definiscono l’era moderna di Afterlife: Anyma e MRAK.

Anyma: L’Ascesa della Macchina (Matteo Milleri)

Tale Of Us era il cinema in quel momento, Anyma la Realtà Virtuale. Matteo Milleri abbraccia totalmente il futuro, la tecnologia blockchain, gli NFT e l’arte generativa 3D.

  • Il Concept: Anyma è la “coscienza digitale”. Collaborando con visual artist visionari (come Alessio De Vecchi), Matteo crea un mondo in cui umanoidi e robot cercano di liberarsi dalle macchine.
  • L’Album “Genesys“: Musicalmente, il suono di Anyma si sposta verso una Trance 2.0. È potente, veloce, disegnata per sincronizzarsi perfettamente con i visual giganti che “escono” dallo schermo (il famoso effetto 3D che ha invaso TikTok e Instagram). Collaborazioni con star come Grimes o Sevdaliza portano il progetto in territori quasi Pop. Anyma non è più solo musica underground; è un fenomeno di massa virale.

MRAK: Il Ritorno all’Anima (Carmine Conte)

Mentre Matteo guarda al futuro digitale, Carmine si volta indietro, verso le radici calde e analogiche. Nasce MRAK (Carmine scritto al contrario, un rimando allo specchio dell’anima).

  • Il Sound: Con l’EP One e le sue esibizioni live, MRAK riporta in scena il “vecchio” cuore dei Tale Of Us. Niente robot giganti, ma luci calde, sintetizzatori analogici suonati dal vivo e un focus sulla narrazione emotiva.
  • La Filosofia: MRAK è la risposta umana all’intelligenza artificiale. È il calore del vinile contro la freddezza del file digitale. È la dimostrazione che, nonostante gli schermi giganti, c’è ancora bisogno di un uomo che preme i tasti bianchi e neri di una tastiera.

Tale Of Us Esiste Ancora?

Molti si chiedono se i progetti solisti segnino la fine del duo. La risposta è no. Oggi, un evento Afterlife è strutturato come un’opera in tre atti: l’apertura solenne, i set solisti (MRAK per l’anima, Anyma per lo spettacolo visivo) e il gran finale con i Tale Of Us insieme. I due progetti paralleli hanno permesso al duo di non implodere, sfogando le creatività individuali per poi riunirsi con nuova energia. Hanno trasformato la Melodic Techno da genere musicale a esperienza multimediale completa.

L’eredità che secondo Fader Space,
lasceranno i Tale Of Us

Cosa rimarrà dei Tale Of Us tra vent’anni? Per rispondere, dobbiamo guardare indietro. C’è un filo rosso invisibile che collega la loro storia a quella di un altro gigante di cui abbiamo spesso parlato: Stephan Bodzin.

Il Destino degli “Outsider” Colti

Esattamente come Bodzin si sentiva in gabbia nel mondo rigido della composizione teatrale classica (da cui scappò per trovare libertà nella techno), anche Carmine e Matteo hanno vissuto il paradosso dell’accademia. Si sono conosciuti sui banchi del SAE Institute, studiando Ingegneria del Suono. Hanno completato gli studi, acquisendo una laurea tecnica che solitamente forma professionisti “invisibili” da studio di registrazione.

Ma proprio come Bodzin ha usato la teoria classica per rendere i synth “wagneriani”, i Tale Of Us hanno usato la scienza dell’ingegneria audio non per diventare tecnici, ma per dipingere paesaggi. Il loro percorso ci insegna una lezione fondamentale per ogni aspirante producer: la tecnica è la chiave della libertà.

Se i loro riverberi non impastano il mix, se i loro drop sono fisicamente devastanti, è perché dietro c’è una conoscenza profonda della fisica del suono. Hanno trasformato l’esame di acustica in poesia.

L’Anello di Congiunzione

I Tale Of Us non hanno inventato la “Melodic Techno” dal nulla. Si sono inseriti in una stirpe nobile:

  1. I Precursori: Hanno raccolto l’eredità “sporca” e sognante della Border Community di James Holden e Nathan Fake (metà anni 2000), ripulendola dalle imperfezioni lo-fi.
  2. Il Maestro: Hanno preso l’epicità operistica e la sintesi virtuosa di Stephan Bodzin, rallentandone i battiti per renderla più sensuale e meditativa.
  3. I Successori: Oggi, artisti come ARTBAT, CamelPhat o l’intero roster Afterlife camminano sull’autostrada sonora asfaltata da Carmine e Matteo.

In conclusione

Hanno diviso il pubblico: i puristi li accusano di essere diventati un brand visuale per Instagram; i fan li venerano come profeti. La verità è che i Tale Of Us sono i registi perfetti per la nostra epoca. Hanno dimostrato che studiare, conoscere le macchine e rispettare la teoria musicale non rende la techno”noiosa, ma permette di costruire cattedrali dove prima c’erano solo capannoni.

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